martedì 22 maggio 2018

Il sentiero secondario dell'Europa verso un super stato





di Philipp Bagus


Per anni c'è stata una lotta nella zona Euro tra coloro che vogliono trasformarla in un'unione dei trasferimenti e quelli che vogliono un'Europa di Paesi indipendenti e cooperanti. I secondi, tra cui Austria, Finlandia, Paesi Bassi e Germania, vogliono limiti rigorosi ai deficit e freni al debito, come previsto nel Patto di Bilancio Europeo. Alcuni, come il Gruppo Costituzionale Europeo, chiedono persino un meccanismo per una disgregazione ordinata dell'Eurozona. I primi, inclusi gli stati membri lungo il Mediterraneo capeggiati dalla Francia, non palesano apertamente il loro obiettivo di un'unione fiscale, o la creazione di un "super Stato europeo", ma preferiscono parlare di un "approfondimento del progetto europeo". La ragione di questa divisione è semplice: i Paesi dell'Europa centrale e settentrionale sarebbero i contributori di un'unione dei trasferimenti, mentre il club Med sarebbe il destinatario.

Dopo la formazione di un nuovo governo in Germania, il presidente francese Emanuel Macron ha pressato per promuovere il punto di vista del Club Med sull'Europa. Il presidente francese vuole un Ministro europeo dell'economia e delle finanze, un bilancio proprio per la zona Euro, un'armonizzazione delle aliquote fiscali (ossia, un'aliquota minima per le imposte societarie), la trasformazione del MSE in un'istituzione dell'UE e il completamento dell'unione bancaria.

Il dibattito nasconde il fatto che l'Eurozona ha già marciato verso un'unione dei trasferimenti. Di fatto, la zona Euro costituisce già l'unione dei trasferimenti più gigantesca e internazionale del mondo. L'adempimento dei piani di Macron non farebbe altro che consolidare, approfondire e rivelare l'unione dei trasferimenti andando ad intensificare l'azzardo morale.

Riesaminiamo i meccanismi di ridistribuzione e condivisione del rischio già in essere nella zona Euro.

Innanzitutto, esiste il Meccanismo di Stabilità Europeo (MSE). Il MSE è un fondo di salvataggio europeo con una capacità di €500 miliardi, il quale è stato progettato per salvare i governi quando la stabilità della zona Euro nel suo insieme è in pericolo. Poiché i governi fiscalmente irresponsabili possono ottenere una ricompensa per il loro comportamento irresponsabile da parte di governi più responsabili, vi è una ridistribuzione ed un azzardo morale.[1]

In secondo luogo, la BCE ha acquistato titoli di stato attraverso il suo programma di QE per un totale di €1,945 miliardi a marzo 2018. La BCE, quindi, è diventata un hedge fund che scommette sulla sopravvivenza dell'euro. La BCE acquista le obbligazioni sovrane in funzione della percentuale che gli stati membri detengono nel capitale della BCE stessa, ossia, indipendentemente dai rischi delle obbligazioni o dalla solvibilità dei governi emittenti. Senza il programma, i governi meno solvibili avrebbero dovuto pagare interessi più elevati per le loro obbligazioni e avrebbero potuto diventare inadempienti. Quando le obbligazioni non saranno rimborsate in futuro, la BCE subirà perdite o il potere d'acquisto dell'euro scenderà, le perdite potrebbero essere in definitiva condivise da tutti i membri dell'Eurozona.[2]

Inoltre, vi è la ridistribuzione attraverso la monetizzazione indiretta dei deficit pubblici, in cui i governi "più poveri" con deficit più elevati traggono vantaggio da quei Paesi con deficit più bassi. Le banche possono acquistare obbligazioni statali per impegnarle come garanzie presso la BCE al fine di ricevere nuove riserve che consentano loro di aumentare l'offerta di moneta, monetizzare il deficit pubblico ed esternalizzare parte dei costi sul resto dell'Eurozona attraverso una diminuzione del potere d'acquisto dell'euro. Attraverso questo meccanismo, diventa vantaggioso spendere di più ed avere deficit più elevati.

Inoltre la ZIRP della BCE implica una ridistribuzione dai creditori ai debitori. Normalmente le nazioni esportatrici come la Germania sono anche creditori. Il risparmio monetario tedesco ammontava a €5,885 miliardi alla fine del 2017. I rendimenti su questi risparmi sono diminuiti, mentre i debitori ripagano meno i loro debiti. Il minor rendimento sui risparmi per il nord è favorevole ai governi sovra-indebitati del sud.

In terzo luogo, la ridistribuzione attraverso l'espansione del credito non è uniforme nei vari Paesi. Questa ridistribuzione si riflette nel sistema Target 2, il sistema di saldo nella zona Euro. Immaginate un imprenditore greco che acquista un camion prodotto in Germania con i soldi creati dal nulla dalla sua banca greca. Quando l'imprenditore paga l'esportatore tedesco, il suo conto in banca si restringe e il denaro viene trasferito sul conto bancario del tedesco. Per effettuare il pagamento, la banca greca attinge sul suo conto presso la Banca Nazionale Greca o prende in prestito nuove riserve da essa. La banca tedesca aumenta il suo conto presso la Bundesbank, o riduce il suo rifinanziamento presso di essa. A livello di banche centrali, la Bundesbank riceve un credito nei confronti della BCE, mentre la Banca Nazionale Greca riceve un debito. Pertanto l'importazione del camion si riflette nel sistema Target 2.[3] Non è finanziato da risparmi reali, ma solo dalla creazione di denaro.

Il credito che la Bundesbank riceve con la BCE è inutile, perché non può essere riscattato in nulla. Notate che per la Grecia questo conto scoperto è illimitato. I crediti Target 2 della Bundesbank ammontano a oltre €900 miliardi oggi.

Pertanto, anziché emettere obbligazioni in euro garantite da tutti gli stati membri e importare merci, esiste un altro modo per ottenere lo stesso risultato. Le banche greche possono semplicemente creare denaro emettendo debiti Target 2 con la BCE per finanziare l'importazione di merci.

In quarto luogo, l'unione bancaria implica una socializzazione dei rischi delle banche. Poiché le banche esistono oggi in una sorta di simbiosi con gli stati, l'unione bancaria implica indirettamente una socializzazione dei debiti statali. Il Fondo di Risoluzione Unico, istituito nel 2016 e da completare entro il 2024, è finanziato con il contributo delle banche e serve a ricapitalizzare quelle banche in difficoltà. Secondo la Direttiva sulla Risoluzione delle Banche, una banca insolvente deve prima fare il bail-in dei creditori, per un minimo dell'8% delle sue passività totali. Successivamente può attingere al Fondo di Risoluzione Unico (FRU) per un aumento di capitale del 5%, dopo il quale può attingere al MES. La procedura implica una socializzazione dei rischi: quando una banca assume comportamenti a rischio, acquista i titoli del proprio stato e poi quest'ultimo va in default, la banca può utilizzare il FRU e il MES per far pagare agli altri il suo comportamento rischioso. Pertanto uno stato membro dell'Eurozona non ha bisogno di emettere obbligazioni europee per costringere gli altri a pagare le proprie spese. Gli stati emettono i loro titoli obbligazionari e hanno le loro banche che li acquistano, e quando vanno in bancarotta i risparmiatori delle altre banche, o il MES, pagherà il conto (almeno in parte).

In sintesi, non sono necessarie obbligazioni europee o un budget europeo per avere una massiccia ridistribuzione nell'Eurozona. Essa è già un'unione dei trasferimenti in cui i rischi sono socializzati producendo comportamenti irresponsabili. Tuttavia l'unione dei trasferimenti non è ancora istituzionalizzata ed esplicita, ma le élite europee ci stanno lavorando.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://francescosimoncelli.blogspot.it/


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Note

[1] Macron e Juncker vogliono "approfondire" il MES convertendolo in un Fondo Monetario Europeo (FME) ai sensi della normativa dell'UE. Ad oggi il MES è soggetto al diritto internazionale, il che significa che un Paese può lasciare il MES senza lasciare l'UE. La proposta di riforma renderebbe impossibile una tale mossa e toglierà anche il potere di veto alla Germania, perché secondo la legge dell'UE una maggioranza qualificata può approvare il salvataggio. Il FME vedrebbe ampliata la sua gamma di obiettivi tra cui la mitigazione degli shock asimmetrici. Il FSE potrebbe essere utilizzato in una recessione per aiutare i Paesi più inflessibili a sostenere i costi di quei Paesi che implementano riforme strutturali.

[2] Inoltre gli acquisti sono stati sponsorizzati tramite l'ELA, dove le banche centrali nazionali concedono prestiti alle banche insolventi per acquistare titoli di stato, e tramite il programma ANFA, il quale consente alle banche centrali nazionali di acquistare le obbligazioni dei propri stati per proprio conto.

[3] Lo stesso vale quando i cittadini greci inviano denaro da una banca greca ad una banca tedesca, o quando la Banca Nazionale Greca acquista obbligazioni greche da investitori privati ​​con conti presso una banca tedesca.

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lunedì 21 maggio 2018

Non è un problema di cattivi accordi commerciali, ma di denaro fasullo (Parte #1)





di David Stockman


Quella tra Stati Uniti ed Europa sembra davvero una sfida in stile Mezzogiorno di Fuoco, a livello commerciale ovviamente.

In materia di politica commerciale, infatti, Trump ha un considerevole spazio di manovra unilaterale grazie ai poteri presidenziali conferiti dalla sezione 232 della legge del 1962 e dalla sezione 301 della legge del 1974. La prima autorizza misure protezionistiche, compresi i dazi, per salvaguardare la "sicurezza nazionale" e la seconda autorizza tali misure al fine di far rispettare gli accordi commerciali statunitensi o di contrastare pratiche commerciali "sleali" in materia di commercio estero.

Le definizioni arbitrarie dei termini citati (sicurezza nazionale e pratiche sleali) dovevano essere analizzate dagli occupanti della Casa Bianca, e non usate come un inno protezionista da un uomo intossicato da nozioni mercantiliste del XVII secolo.

Ad esempio, si consideri la foglia di fico della difesa nazionale nella sezione 232 che Trump ha sfruttato per i suoi dazi al 25% su $29 miliardi di importazioni annue di acciaio.

L'anno scorso gli Stati Uniti hanno prodotto circa 82 milioni di tonnellate di acciaio e ne hanno importate altre 14 milioni da Canada, Brasile e Messico, i quali sono rispettivamente gli importatori di acciaio n° 1, n° 2 e n° 4 negli Stati Uniti. Quindi sono 96 milioni di tonnellate di disponibilità, supponendo che i nostri vicini non siano tanto sciocchi da dichiarare guerra a Washington e porre un embargo alle loro esportazioni di acciaio negli Stati Uniti.

96 milioni di tonnellate sembrano più che sufficienti a coprire i 3.5 milioni di tonnellate necessari per l'attuale macchina da guerra degli Stati Uniti, secondo il Pentagono; e in realtà il requisito reale sarebbe forse di poche centinaia di migliaia di tonnellate all'anno per proteggere gli Stati Uniti.

Dopotutto, sotto l'attuale stato di cose la vera sicurezza nazionale è puramente una questione di deterrenza nucleare, poiché nessun Paese al mondo ha una possibilità persino remota di invadere il Nord America. Inoltre, l'acciaio utilizzato nella nostra forza di rappresaglia nucleare (sottomarini Trident, missili Minutemen e bombardieri strategici) è stato prodotto molto tempo fa. Cioè, non abbiamo bisogno di altre testate nucleari, né di altro acciaio per lanciarle.

Infatti, se Washington smettesse di sprecare denaro per portaerei, carri armati, navi da sbarco anfibie, missili TOW, aerei per il trasporto aereo e bombe anti-bunker, la difesa nazionale non avrebbe bisogno di molto più acciaio ogni anno di quanto viene prodotto dalla Danimarca (70,000 tonnellate). Nel mondo di oggi l'acciaio militare riguarda l'impero, non la sicurezza nazionale.

Almeno nei suoi tweet Trump non si è nascosto dietro questa farsa della sicurezza nazionale e ha detto che detesta il risultato dell'attuale sistema commerciale globale e progetta di intraprendere azioni drastiche.

La cosa divertente è che Trump ha ragione su una cosa: quasi fino all'anno in cui fu pubblicato il folle Trade Act del 1974, gli Stati Uniti sperimentarono il loro ultimo avanzo commerciale annuale nel 1975.

Da allora c'è stato un continuo e profondo deficit commerciale negli Stati Uniti. Cioè, un tuffo nel rosso di 43 anni che ha segnato l'off-shoring della produzione, dei posti di lavoro e degli stipendi degli Stati Uniti.

In totale, stiamo parlando di circa $15,000 miliardi in più di cose acquistate dall'America rispetto a quelle vendute al resto del mondo sin dal 1975.

A tale proposito, i cosiddetti critici liberali di Trump hanno la testa sepolta nella sabbia perché la maggior parte di loro è keynesiana d'acqua salata (Harvard/FMI/Brookings school), o keynesiana d'acqua dolce (monetaristi/Chicagoboys/AEI).

In entrambi i casi, sembrano pensare che l'America possa accendere prestiti per sempre, un mondo senza fine; e che lo stato di squilibrio dell'economia statunitense dopo quattro decenni di questo tipo di commerci, sia un risultato naturale di mercati del lavoro relativamente liberi.

E invece no!

Anche quando si contano i servizi (turismo, trasporti, assicurazioni, royalties e servizi aziendali), un surplus di $4,000 miliardi durante lo stesso periodo di 43 anni, il deficit delle partite correnti con il resto del mondo è ancora $11,000 miliardi, e questo in dollari di allora. Al potere d'acquisto del 2017, il saldo con il resto del mondo sin dal 1975 è ben più grande dell'attuale PIL degli Stati Uniti.

Quindi, nonostante la sua retorica mercantilista, Trump ha ragione su alcune cose. Infatti è il motivo per cui la sua candidatura ha radunato ampie fasce di votanti nell'entroterra americano, ed è in definitiva il motivo per cui ha avuto successo tra i quartieri industriali di Pennsylvania, Ohio, Michigan, Wisconsin e Iowa.


Ahimè, suddetti $11,000 miliardi (tra le linee blu e arancione) non è opera di sciocchi, o persone incapaci di negoziare nel governo degli Stati Uniti. Vale a dire, l'USTR (rappresentante commerciale degli Stati Uniti), il Dipartimento del Commercio ed i burocrati del Dipartimento di Stato avevano relativamente poco a che fare con tale cifra; né può essere imputata al NAFTA, all'OMC (organizzazione mondiale del commercio), o persino ai globalisti presso l'FMI e la Banca Mondiale.

Invece i nomi dei malfattori sono Alan (Greenspan), Ben (Bernanke) e i Due Janet (Yellen e Powell). L'America sta perdendo terreno a causa del denaro fasullo, non a causa di cattivi accordi commerciali.

Questo perché la pianificazione monetaria keynesiana capisce le cose al contrario. Cerca di gonfiare i prezzi, le retribuzioni ed i costi interni al 2% all'anno (o più, se misurati correttamente) in un mondo brulicante di manodopera a basso costo; quando invece un sistema di denaro onesto avrebbe generato aggiustamenti deflazionistici volti a mantenere l'industria americana competitiva.

Allo stesso modo, la Finanza delle Bolle ha portato ad una drastica repressione finanziaria, a tassi d'interesse ultra bassi e al consumo e alla finanziarizzazione alimentati dal debito; quando invece una moneta sonante avrebbe generato il contrario. Ad esempio, alti tassi d'interesse, bassi consumi e maggiori livelli di risparmio ed investimenti al fine di mantenere un equilibrio sostenibile con il resto del mondo.

Liberare il settore bancario centrale dalle rigidità sane imposte dall'oro, ha aperto la strada affinché l'Eccles Building diventasse un massiccio esportatore di inflazione monetaria. Alla fine queste inondazioni di dollari indesiderati hanno incoraggiato le nazioni inclini al mercantilismo dell'Asia orientale, i Petro-stati, gran parte dei Paesi in via di sviluppo e talvolta anche l'Europa, a comprare dollari ed a gonfiare le proprie valute per prevenire la salita del tasso di cambio e le conseguenti dislocazioni a breve termine nei propri settori di esportazione fortemente sovvenzionati.

Basti dire che nel mondo pre-keynesiano in cui un asset monetario governava il flusso del commercio e della finanza internazionale, e che era ancorato all'oro piuttosto che al credito fiat delle banche centrali, non ci sarebbe stato nulla di simile a $15,000 miliardi di deficit commerciali negli Stati Uniti per oltre 43 anni consecutivi.

Invece i grandi deficit commerciali causati dalla mobilitazione di manodopera a basso costo dalle risaie asiatiche e dall'energia a basso costo proveniente dalle sabbie dell'Arabia, avrebbero generato la loro stessa correzione: ampi disavanzi delle partite correnti degli Stati Uniti avrebbero causato un doloroso deflusso di oro, che, a sua volta, avrebbe causato un aumento dei tassi d'interesse interni, un calo del credito interno e deflazione di prezzi, salari e costi.

Alla fine, le importazioni sarebbero diminuite, le esportazioni sarebbero aumentate e il conto delle partite correnti statunitense sarebbe tornato all'equilibrio, determinando in tal modo un afflusso rinnovato d'oro.

Tuttavia, come è accaduto, l'inflazione monetaria distruttiva della FED si è diffusa come una malattia contagiosa, e in nessun posto è più evidente che nel NAFTA. Il Messico ha praticametne cestinato la sua moneta in risposta all'inflazione del dollaro dopo l'avvio del NAFTA e la crisi del peso nei primi anni '90. Da allora, il tasso di cambio del peso è precipitato da circa 4:1 a 19:1.

Non sorprende se la manodopera già a buon mercato del Messico sia diventata molto più economica in termini di dollari. Per quanto riguarda il Messico, Trump ha centrato il punto. Nel 1991 le esportazioni statunitensi verso il Messico hanno leggermente superato le importazioni, mentre nel 2017 gli Stati Uniti hanno avuto un enorme deficit commerciale da $71 miliardi. Le esportazioni statunitensi in Messico erano solo $243 miliardi, pari al 77% dei $314 miliardi di importazioni statunitensi dal Messico. Tuttavia questo enorme squilibrio non era dovuto all'eliminazione dei dazi e di altri ostacoli nell'ambito dell'accordo NAFTA, entrato in vigore il 1° gennaio 1994; era un fenomeno monetario.


A prescindere dai giochi che i canadesi hanno svolto nella promozione mercantilistica dei singoli prodotti, come i prodotti forestali, il tasso di cambio canadese non è cambiato molto dai primi anni '90, né i suoi prezzi interni, i salari ed i costi in relazione all'economia degli Stati Uniti.

Non sorprende che non vi sia stato alcun cambiamento di tendenza nella bilancia commerciale degli Stati Uniti con il Canada. Sia le importazioni che le esportazioni sono cresciute di circa 4 volte rispetto ai livelli pre-NAFTA. Infatti nel 2017 le esportazioni statunitensi in Canada hanno totalizzato $282 miliardi e le importazioni dal Canada erano $300 miliardi.

Detto in modo diverso, un accordo commerciale presumibilmente "cattivo" avrebbe portato a risultati completamente diversi.


Come abbiamo detto, il massiccio problema commerciale e il conseguente declino dell'economia industriale statunitense negli ultimi decenni è una funzione del denaro fasullo, non di accordi commerciali cattivi.

Quando le nazioni mercantiliste hanno usato l'alluvione dei dollari della FED come scusa per impegnarsi in una persistente soppressione dei tassi di cambio, hanno rubato la produzione e l'occupazione ai lavoratori americani.

Ma come vedremo nella seconda parte, la soluzione è un dollaro forte.



[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://francescosimoncelli.blogspot.it/



=> Potete leggere la Parte 2 a questo indirizzo:


venerdì 18 maggio 2018

Il mito della produttività





di Alasdair Macleod


Di tanto in tanto spuntano commenti sulla produttività nazionale e per gli inglesi la produttività è correlata all'angoscia per la Brexit, con l'OCSE, il Tesoro inglese, la Banca d'Inghilterra e tutti gli altri che dicono in coro che la scarsa produttività dei cittadini britannici dimostra quanto abbiano bisogno di far parte dell'UE.

Questa settimana l'OCSE ha pubblicato un articolo in cui venivano ripetute le sue assurdità sulle conseguenze economiche della Brexit, raccomandando persino alla Gran Bretagna di tenere un secondo referendum per invertire la decisione sulla Brexit. A sostegno della sua analisi viene affermato che la produttività del lavoro della Gran Bretagna è ferma, mentre quella di Francia, Germania, Stati Uniti e OCSE sta migliorando.

I lettori regolari dei miei articoli sapranno che non ho un camion di statistiche, medie e analisi neo-keynesiane. L'analisi della produttività degli econometrici è un ottimo esempio del perché le statistiche derivate da informazioni discutibili dovrebbero essere ignorate del tutto. Si può provare qualsiasi cosa con le statistiche, tranne la verità. L'OCSE, che è la fonte delle statistiche sulla produttività citate dai politici, usa le statistiche non per una ricerca della verità, ma come cheerleader dello statalismo. Avendo sede a Parigi, questa istituzione è particolarmente in sintonia con i concetti di base dello statalismo europeo. È sorprendente che tolleri l'impresa privata.

Questa è l'organizzazione che propone l'analisi statistica ufficiale, mentre è finanziata interamente dai governi interessati. Tuttavia la produttività dovrebbe essere incontestabile e difficile da criticare. Il PIL diviso per il numero di ore lavorate è semplice. Come può essere fuorviante? Continuate a leggere per scoprirlo.



L'approccio dell'OCSE alla produttività

Il breve documento dell'OCSE, che definisce e misura la produttività, cita Paul Krugman:

La produttività non rappresenta tutto, ma a lungo termine è quasi tutto. La capacità di un Paese di migliorare il proprio tenore di vita nel tempo, dipende quasi interamente dalla sua capacità di aumentare la produzione per lavoratore.

Krugman sottintende in questa citazione che la produttività sia una funzione dello stato e quindi, implicitamente, non quella del datore di lavoro. Ciò è chiaramente in contrasto con i fatti: un dipendente produce solo se è impiegato da un datore di lavoro in cerca di profitto. Spetta al datore di lavoro prendere tale decisione, non allo stato. Che l'OCSE citi Krugman, conferma che il pensiero economico presso l'OCSE è in linea con il suo modo di pensare.

Da qui iniziano gli errori statistici, a partire dalla rilevanza del PIL. Il PIL è concepito per catturare il consumo finale e sottostimare la produzione di beni di ordine superiore, ad esempio macchinari, non registrando i passaggi intermedi nella produzione. Questo importante punto è stato recentemente riconosciuto negli Stati Uniti dall'introduzione di una nuova statistica, l'output lordo (GO).

GO è ora calcolato trimestralmente dal Bureau of Economic Analysis, ed è quasi il doppio del PIL. Pertanto, negli Stati Uniti, il PIL per ora lavorata è all'incirca la metà della misura realistica della produzione totale. GO conferma che usare il PIL in una formula di produttività è scandalosamente fuorviante. Ma l'OCSE non stima il GO, e va notato che diversi Paesi hanno gradi diversi di produzione intermedia, il che rende comunque impossibile confrontarli su base omogenea.

Il concetto di produttività del lavoro è una frottola quando paragonato ai nostri affari quotidiani. Ad esempio, se siete nel commercio al dettaglio, potete giudicare se il personale addetto alle vendite sia produttivo proprio perché produce vendite. Ma la maggior parte dei vostri dipendenti probabilmente non ha nulla a che fare con le abilità da venditore. La vetrinista può o non può aver contribuito? E si può dire lo stesso dei responsabili della pulizia e della contabilità, insieme al personale del magazzino e ai conducenti di veicoli commerciali? Presi singolarmente, sono un costo, difficile o impossibile da correlare alle vendite finali, le quali invece costituiscono il PIL. Ecco perché la gestione di un'impresa riguarda gruppi di persone con input complementari, e registrare la produzione di individui in termini di PIL è privo di senso.

In un'economia di libero mercato, l'arbitraggio tende a pareggiare i rendimenti del capitale investito in tutta la gamma di imprese, di cui la manodopera è solo una parte. Oltre al lavoro, c'è l'investimento di capitale nello stabilimento, oltre alle attrezzature e al capitale circolante. Prendendo tutti questi elementi insieme, se una linea di business si distinguerà per la sua redditività, attirerà la concorrenza. Se un'altra linea di business produrrà un rendimento insufficiente, sarà chiusa e il suo capitale ridistribuito. Dopotutto, tutte le forme di capitale sono scarse e quindi una merce di valore deve essere distribuita correttamente.

Quando il capitale non viene distribuito nel modo migliore, è quasi sempre perché lo stato interviene. Lo stato non vuole che le imprese licenzino lavoratori che fanno parte di una linea di produzione fallita. Invece lo stato ostacola la ridistribuzione del capitale, sovvenzionando l'imprenditore non competitivo. Lo stato penalizza anche le imprese redditizie sequestrando i profitti.

Inoltre industrie diverse distribuiscono il proprio capitale in modi diversi, quindi nel complesso il contributo dello sforzo umano varia considerevolmente. Un meccanico su una linea di produzione automatizzata che supervisiona robot costosi, non può essere messo sullo stesso piano con un assistente di parcheggio.

Il contributo del PIL deve essere escluso da qualsiasi calcolo della produttività, in quanto rappresenta un drenaggio della produzione reale.

Il problema con statistiche come la produttività è che tutti pensano che significhino qualcosa, anche la classe politica, compresi i ministri delle finanze. Ciononostante ignoriamo il fatto che questa gemma econometrica è solo una rielaborazione di cifre in qualcosa di più significativo. Qualcosa che un imprenditore troverà utile come base per decidere in quale giurisdizione dovrà stabilire la sua attività. Qualcosa che gli potrà far decidere di trasferirsi dalla Gran Bretagna all'Europa continentale.

A tale scopo, selezioneremo quattro Paesi in Europa dalla banca dati dell'OCSE, compreso il Regno Unito. Nella Tabella 1, vediamo quanto segue:


Questi sono i dati dell'OCSE su cui i ministri delle finanze britannici hanno basato la loro lamentela su quanto siano improduttivi i contribuenti inglesi e, se solo potessero essere esortati a lavorare in modo più produttivo, le entrate fiscali migliorerebbero. Questo è il vero interesse del tesoriere dello stato.

Un approccio più ragionevole è quello di guardare alla produttività dal punto di vista dell'imprenditore. È dal suo fatturato che deve pagare sia le tasse sul lavoro che i salari ai suoi dipendenti. Nel ritrasformare le cifre dell'OCSE, dobbiamo anche rimuovere lo stato, perché esso è un freno alla produzione. Quindi dobbiamo eliminare i disoccupati per arrivare al numero di occupati nel settore privato. La Tabella 2 quantifica la forza lavoro del settore privato.


Val la pena di notare che ci sono diversi modi per contare i dipendenti statali e che la Francia, ad esempio, ha industrie nazionalizzate i cui dipendenti non sono necessariamente inclusi nel suo totale. Le statistiche dell'OCSE presumono che le persone in età lavorativa abbiano appena quindici anni, il che può essere vero in una nazione emergente, ma gli europei rimangono nel mondo dell'istruzione fino ad un'età media di diciotto anni. Non abbiamo altra scelta che ignorare questi errori importanti.

Successivamente dobbiamo ricavarci il PIL del settore privato per dipendente nel settore privato. Ciò corrisponde alle modifiche apportate alla forza lavoro nella Tabella 2 con il PIL del settore privato. Questo è mostrato nella Tabella 3.


Il nostro cittadino medio è ritenuto responsabile della produzione di una quota del PIL più bassa in Francia e più alta in Italia. Chi l'avrebbe mai detto! Nella Tabella 1, l'OCSE ci dice che la Francia era al secondo posto nella sua produttività solo dopo la Germania, e l'Italia era, beh, italiana.

Tuttavia per impiegare il nostro cittadino medio è necessario pagare un salario insieme alle tasse sulla previdenza sociale e sul salario stesso, prima che un'impresa tragga profitto dal suo lavoro. Questo è il nostro aggiustamento finale per ottenere cifre più rilevanti dal punto di vista dell'imprenditore. Questo è mostrato nella nostra ultima Tabella, la numero 4.


La conclusione di questo articolo è che nonostante la Brexit, l'imprenditore medio che impiega il lavoratore medio ottiene il miglior rendimento dal suo investimento in capitale umano nel Regno Unito, segue poi l'Italia. Se ha una predilezione per la Francia, è meglio che si assicuri condizioni vantaggiose dallo stato per il suo investimento. E la Gran Bretagna batte addirittura la Germania. Utilizzando le stesse cifre dell'OCSE, ricalcolate per riflettere la realtà commerciale, i risultati negano le conclusioni stesse dell'OCSE.

Queste cifre sono tutt'altro che perfette. Come accennato in precedenza, se l'UE producesse cifre per il GO, compresi i processi intermedi e i valori finali delle merci, il rendimento per dipendente sarebbe molto migliore. La Germania, con la sua forte base manifatturiera, è probabilmente la più sottovalutata, mentre l'Italia e la Francia molto meno. La Gran Bretagna potrebbe essere nel mezzo.

Il capitale umano, essendo impiegato per fare cose diverse, non può essere misurato da nessuno, tranne da chi paga i salari.

Peggio ancora, l'approccio dell'OCSE incoraggia i politici e gli economisti a rispettare lo stato, a ignorare l'impatto delle imposte sul lavoro. È qui che il Regno Unito ottiene un punteggio relativamente buono e la Francia è un disastro.

Invece di criticare il settore privato per essere improduttivo, è sicuramente più importante per gli stati considerare i propri oneri sulla produzione e agire di conseguenza.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://francescosimoncelli.blogspot.it/


giovedì 17 maggio 2018

È un calo dell'offerta di denaro la causa delle recessioni?





di Frank Shostak


Nei suoi scritti Milton Friedman incolpava le politiche della banca centrale per aver causato la Grande Depressione. Secondo Friedman, la Federal Reserve non riuscì a pompare abbastanza riserve nel sistema bancario per evitare un collasso della massa monetaria (vedi Free to Choose). In risposta a questo fallimento, Friedman disse che la massa monetaria M1, che ammontava a $28.264 miliardi nell'ottobre 1929, scese a $19,039 miliardi nell'aprile 1933 – un calo di quasi il 33%.

Al calare dello stock monetario, calò anche l'attività economica. Nel luglio 1932 la produzione industriale su base annua diminuì di oltre il 31%. Inoltre, anno dopo anno l'indice dei prezzi al consumo (IPC) era precipitato. Nell'ottobre 1932 l'IPC era diminuito del 10.7%.


Il brusco calo dello stock monetario — contrariamente a quanto diceva Friedman — non è indicativo del fallimento della Federal Reserve nel pompare la massa monetaria. È indicativo del restringimento dei risparmi reali provocato dalle precedenti politiche monetarie accomodanti della banca centrale.




Come creare ricchezza

In sostanza, il bacino dei risparmi reali è la quantità di beni di consumo disponibili in un'economia per sostenere la produzione futura.

In parole povere: un uomo solitario su un'isola è in grado di raccogliere 25 mele all'ora. Con l'aiuto di uno strumento di raccolta, è in grado di aumentare la sua produzione a 50 mele all'ora. Realizzare lo strumento, tuttavia, richiede tempo.

Durante questo lasso di tempo, l'uomo non sarà in grado di raccogliere alcuna mela. Per avere lo strumento, quindi, l'uomo deve prima avere abbastanza mele per sostenersi mentre è impegnato a realizzarlo.

Il suo bacino dei risparmi è il mezzo di sostentamento per suddetto periodo: la quantità di mele che ha risparmiato per questo scopo.

La dimensione di questo bacino determina se è possibile introdurre o meno mezzi di produzione più sofisticati. Se l'uomo ha bisogno di un anno di lavoro per costruire questo strumento, ma ha solo un numero sufficiente di mele risparmiate per sostenerlo per un mese, allora non potrà costruire lo strumento — e l'uomo non sarà in grado di aumentare la sua produttività.

Lo scenario dell'isola viene complicato dall'introduzione di più individui che commerciano tra loro e utilizzano denaro. L'essenza, tuttavia, rimane la stessa: le dimensioni del bacino dei risparmi frenano l'attuazione di fasi produttive più remunerative.

I problemi scoppiano ogni volta che il sistema bancario fa sembrare che il bacino dei risparmi reali sia più grande di quanto non sia in realtà.

Quando una banca centrale espande la massa monetaria, non allarga il bacino dei risparmi. Dà origine al consumo di beni che non è preceduto da produzione. Finiscono per esserci meno mezzi di sostentamento.

Finché il bacino dei risparmi reali continua ad espandersi, le politiche monetarie allentate danno l'impressione di essere effettivamente il fattore chiave dietro la crescita economica. Che questo non sia il caso diventa evidente non appena il bacino dei risparmi reali inizia a ristagnare o a ridursi. Quando ciò accade, l'economia inizia il suo tuffo verso il basso. Una posizione monetaria più aggressiva ed accomodante non invertirà tale calo (perché il denaro non può sostituire le mele).

L'introduzione del denaro e del prestito nella nostra analisi non cambia il fatto che l'argomento centrale rimane il bacino dei mezzi di sostentamento.



Che cosa rappresenta una banca centrale per la creazione di ricchezza

L'esistenza della banca centrale e della riserva frazionaria consente alle banche commerciali di generare credito che non è supportato da risparmi reali, vale a dire, credito "dal nulla". Una volta che il credito scoperto alimenta attività che il libero mercato non approverebbe mai, esse consumano ricchezza reale. Finché il bacino dei risparmi reali è in espansione e le banche sono ansiose di espandere il credito, varie attività false continueranno a prosperare.

Ogni volta che l'estensiva creazione di credito "dal nulla" incrementa il ritmo del consumo di ricchezza reale al di sopra del ritmo della produzione di ricchezza reale, ciò inizia ad indebolire il bacino dei risparmi reali. Di conseguenza l'andamento delle varie attività inizia a deteriorarsi e le sofferenze bancarie iniziano ad aumentare. In risposta a questa situazione, le banche riducono i loro prestiti e questo a sua volta mette in moto un calo del capitale monetario. Ogni riduzione del prestito causa il declino dello stock monetario?

Ad esempio, Tom pone $1000 in un deposito a risparmio per tre mesi presso la Banca X. Quest'ultima a sua volta presta i $1000 a Mark per tre mesi.

Alla data di scadenza, Mark restituisce alla banca $1000 più gli interessi. La Banca X a sua volta dopo aver dedotto le sue commissioni restituisce il denaro originale più gli interessi a Tom. Quindi quello che abbiamo qui è che Tom presta, cioè, rinuncia per tre mesi alla proprietà dei $1000. Trasferisce i $1000 attraverso la mediazione della Banca X a Mark.

Alla scadenza, Mark restituisce i soldi alla Banca X, la quale a sua volta trasferisce i $1000 a Tom. In questo caso il denaro esistente è passato da Tom a Mark e poi è tornato a Tom tramite la mediazione della Banca X – il prestito è completamente supportato dai $1000. Ovviamente i $1000 qui non scompaiono una volta che il prestito è stato rimborsato alla banca e, a sua volta, a Tom.

Le cose sono completamente diverse quando la Banca X presta denaro dal nulla. Come funziona? Ad esempio, Tom esercita la sua domanda di denaro tenendo in tasca parte dei suoi soldi e $1000 li mantiene in un deposito a vista nella Banca X. Con un deposito a vista egli continua a vantare una rivendicazione su quel denaro.

La Banca X prende $100 dal deposito di Tom e li presta a Mark. Come risultato di questo prestito ora abbiamo $1100 che sono supportati da $1000. In breve, lo stock monetario è aumentato di $100. Alla data di scadenza, una volta che Mark ha rimborsato i $100 presi in prestito alla Banca X, i soldi spariscono.



Come iniziano i problemi

Ovviamente se la banca rinnova continuamente i suoi prestiti dal nulla, allora lo stock monetario non scenderà. Solo il credito che non è supportato dal denaro reale può scomparire nel nulla, il che a sua volta provoca il restringimento dello stock monetario.

In altre parole, l'esistenza di un sistema a riserva frazionaria (banche che creano più rivendicazioni su un dato dollaro) è lo strumento chiave per quanto riguarda la scomparsa del denaro. Tuttavia non è la causa della scomparsa del denaro in quanto tale. Ci deve essere un motivo per cui le banche non rinnovano il prestito dal nulla.


La ragione principale è la grave erosione della ricchezza reale che rende molto più difficile trovare mutuatari di buona qualità. Ciò a sua volta significa che la deflazione monetaria è dovuta all'inflazione precedente che ha diluito il bacino dei risparmi reali. Ne consegue, quindi, che un calo della massa monetaria è solo un sintomo, per così dire. Il calo della massa monetaria rivela il danno causato dall'inflazione monetaria, ma non ha nulla a che fare con il danno.

Durante il periodo compreso tra il dicembre 1920 e l'agosto 1924, la FED perseguì una politica di tassi molto allentati, di conseguenza i rendimenti delle obbligazioni sovrane a 3 mesi scesero dal 5.88% nel dicembre 1920 all'1.9% nell'agosto 1924. Il tasso di crescita annuale dell'offerta di moneta M1 aumentò da -2.2% nel gennaio 1927 a quasi l'8% nell'ottobre del 1929.

Contrariamente a quanto dicevano Friedman ed i suoi seguaci, non è il calo dell'offerta di moneta e il conseguente calo dei prezzi che pesa sui mutuatari, ma il fatto che c'è meno ricchezza reale. Il calo dell'offerta di moneta, creata "dal nulla", mette le cose nella giusta prospettiva.

Inoltre le varie attività favorite dalla politica monetaria allentata, trovano difficoltoso rimanere a galla.

Sono tali attività che non generano ricchezza a finire per avere le maggiori difficoltà nel servire il loro debito, poiché queste attività non hanno mai generato alcuna ricchezza reale né sono nate per adempiere a questo scopo. Con il calo del denaro dal nulla, il loro supporto viene interrotto.

Contrariamente all'opinione popolare, un calo dell'offerta di moneta, vale a dire, denaro creato "dal nulla", è precisamente ciò che è necessario per mettere in moto l'accumulo di ricchezza reale e una rivitalizzazione dell'economia.

La stampa ulteriore di denaro infligge solo più danni e quindi non dovrebbe mai essere considerata come un mezzo per aiutare l'economia.

Inoltre, anche se la banca centrale dovesse avere successo nell'impedire una diminuzione dell'offerta di moneta, ciò non sarebbe in grado di prevenire una crisi economica se il bacino dei risparmi reali dovesse ridursi. Dopotutto, è il bacino dei risparmi reali a supportare la crescita economica e non la quantità di denaro nell'economia.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://francescosimoncelli.blogspot.it/


mercoledì 16 maggio 2018

Alla Finanza delle Bolle non resta che pregare





di David Stockman


Gente, di quali altre prove avete bisogno per capire che i mercati finanziari sono completamente slegati dalla realtà e che questi deboli rimbalzi tra i grafici a 50 giorni e 20 giorni sono essenzialmente il rigor mortis di un toro morto?

Al momento, il grafico a 50 giorno per l'indice S&P500 fa segnare 2740 e funziona come "resistenza" secondo gli esperti, mentre quello a 20 giorni a 2700 è presumibilmente un "supporto".

Quindi c'è questo, ma anche altro: esattamente nel punto centrale, a 2720, il mercato è attualmente trattato al 25.6X gli utili riportati per il 2017. Stiamo parlando di multipli da capogiro, soprattutto nel contesto di un trend di crescita degli utili sottostante che è incatenato alla linea piatta e che non ha prospettive di cambiamento prima della prossima recessione.

Gli utili GAAP per il 2017 sono stati di $109.46 per azione per l'indice S&P 500. 40 mesi prima, a settembre 2014, gli utili erano di $105.96 per azione. Stiamo parlando di un guadagno dell'1% all'anno in quello che sicuramente si dimostrerà essere il punto debole (dal mese #63 al mese #102) dell'attuale espansione ciclica.

Eppure a sentire le teste di legno nello zombie-box si prevede che la robusta crescita degli utili possa resuscitare ancora una volta, come se questo ciclo potesse ricevere un ulteriore colpo di Viagra finanziario.

Ma non ci sono ancora prove. Sì, gli utili nel quarto trimestre 2017 a $26.54 per azione sono aumentati del 10% rispetto ai $24.16 per azione per l'indice S&P 500 durante il quarto trimestre 2016.

Ma ecco cosa l'uomo di Bloomberg non vi ha detto: per quanto riguarda gli utili dell'indice S&P 500, erano in realtà a $26.48 per azione nel quarto trimestre del 2013.

Proprio così. Gli aumenti degli utili negli ultimi quattro anni sono stati solo di sei centesimi!

Quello che è successo nel frattempo è stato solo un periodo di euforia a causa del mini-ciclo globale del credito alimentato dalla Cina. Wall Street pare ignorare la crescita zero in 4 anni: i robo-trader e gli scommettitori che acquistano durante i ribassi hanno scelto di ignorare questo fatto (come la maggior parte degli altri) a loro rischio e pericolo.

Allo stesso modo, i guadagni annuali per il 2017 a $109 per azione si confrontano con gli $85 per azione rispetto al picco del ciclo precedente a metà del 2007. Quindi gli utili sono cresciuti solo del 2.5% all'anno durante l'intero decennio; e anche gran parte di ciò era dovuto al calo del numero di azioni dovuto ai massicci riacquisti di azioni proprie.

Allo stesso tempo, la crescita degli utili futuri dovuta al taglio delle tasse è enormemente esagerata, perché ignora il prossimo shock dei rendimenti sul mercato obbligazionario. Ci riferiamo, naturalmente, all'improvvisa collisione fiscale/monetaria da $1,800 miliardi tra sei mesi da oggi durante l'anno fiscale 2019.

Oltre al costo del primo anno da $300 miliardi (con interessi aggiunti) del taglio delle imposte GOP/Trump e di $200 miliardi di spese aggiuntive per la difesa, il Tesoro americano emetterà $1,200 miliardi di nuovo debito e simultaneamente la FED scaricherà $600 miliardi di titoli di stato esistenti.

E pensiamo che questi numeri sbalorditivi siano certi quanto il sole. È troppo tardi, sia dal punto di vista legislativo che tecnico, per rallentare l'impetuoso fiume d'inchiostro rosso in arrivo.

Allo stesso modo, i capi della FED nell'Eccles Building sono così ostinatamente in errore riguardo la forza dell'economia statunitense che intendono continuare il loro programma di QT. Il mercato si ripulirà, ma ad un rendimento molto più alto del 2.90% per il decennale USA. Questo è particolarmente vero perché la BCE smetterà di fare QE a dicembre; e il nuovo imperatore Xi ed i suoi scagnozzi hanno in mente la stessa cosa.

Di conseguenza, il rendimento del decennale USA potrebbe facilmente salire al 3.75% durante l'anno a venire, e molto probabilmente oltre il 4.00% una volta che anche gli hedge fund venderanno ciò che la FED sta ora vendendo.

Ma anche al 3.75% per il decennale USA, gli interessi passivi al netto delle imposte per le società nell'indice S&P 500 aumenteranno da $16 per azione (2016 effettivi) a $36 per azione. Questo potenziale aumento di $20 cancellerebbe praticamente l'intero guadagno una tantum dovuto alla nuova aliquota al 21% sulle società.

Tuttavia, non siamo soli nello scoprire i venti contrari che si stanno accumulando. Nientemeno che il co-presidente e capo della gigantesca banca d'investimenti JP Morgan, Daniel Pinto, ha di recente detto:
Non c'è mai un solo innesco, è una combinazione di fattori e dipende dalla valutazione al momento. Probabilmente il mercato andrà bene per il prossimo anno o due, ma la correzione potrebbe andare dal 20% al 40%. E noi cerchiamo solo di essere preparati, perché in quei momenti i clienti ne avranno davvero bisogno.

Questo ci fa porre una domanda: perché preoccuparsi di un rialzo del 5% (per dire, 3,000 per l'indice SPX) quando ci sarà una discesa dal 20% al 40% da quel momento in poi?

Infatti ci aspettiamo che Trump cercherà freneticamente di far intervenire il Plunge Protection Team. Tra l'altro, l'ultima cosa di cui qualsiasi Presidente dovrebbe preoccuparsi sono i protezionisti dell'industria siderurgica statunitense, e la loro capacità di incitare una reazione a catena di richieste e contro-richieste a Washington e ai partner commerciali in tutto il mondo. L'industria siderurgica è il più grande piagnucolone protezionista nell'intera cintura delle lobby.

Trump è del tutto ignaro delle complessità del commercio mondiale ed è affascinato da un primitivo modello di commercio mercantilista che non ha alcuna capacità di contribuire a rendere l'economia americana di nuovo grande.

Ecco il punto: nessuno ha spiegato a Trump che le forniture globali di acciaio sono altamente fungibili e che se lascerà il Canada e il Messico fuori dal radar, i quali rappresentano 10 milioni di tonnellate delle nostre 36 milioni di tonnellate di importazioni, questi amici e vicini aumenteranno drasticamente le loro le esportazioni verso gli Stati Uniti ad un prezzo superiore del 25%, mentre si disinteresseranno del resto del mercato mondiale i cui prezzi sono più bassi.

Tale prospettiva, a sua volta, condurrà ad un aggrovigliato negoziato per assicurare, ad esempio, che l'acciaio zincato proveniente dal Canada abbia avuto origine in Canada, sia proveniente da una lastra di acciaio prodotta in Canada, abbia avuto origine in un forno ad arco elettrico o altoforno che si trovava in Canada, ecc.

E questa non è nemmeno la metà della storia. I Paesi esportatori di acciaio, come il Brasile con 4.7 milioni di tonnellate o il Giappone con 2 milioni di tonnellate, cercheranno modi per fabbricare il loro acciaio in modo da aggirare il dazio del 25%.

Inoltre, al prezzo drasticamente più basso di tali "fabbricazioni" nel mercato interno statunitense, i produttori e gli utilizzatori a valle avranno tutte le ragioni per cercare suddette fabbricazioni estere. In breve, Trump ha infilato un bastone in un nido di calabroni molto grande e brutto. E colui che scrive ne sa qualcosa...

Negoziammo il primo accordo globale sulle quote dell'acciaio nel 1983 per tenere a bada i protezionisti, i quali si erano infiltrati nel dipartimento del commercio nell'amministrazione Reagan. Ma questa volta sarà molto, molto peggio perché all'epoca la Cina stava emergendo dal relitto industriale quale era dopo il Grande Balzo in Avanti sponsorizzato dal Grande Timoniere.

Al contrario, lo scorso anno la Cina ha prodotto 800 milioni di tonnellate di acciaio, il che è più dei 40 fornitori mondiali di acciaio messi insieme; e anche così questo tsunami di acciaio proveniva da un'industria parzialmente inattiva che in realtà ha 1.2 miliardi di tonnellate di capacità.

Detto in modo diverso, il mondo sta affogando nell'eccesso di capacità produttiva della Cina. Ma poiché quest'ultima ha ora dirottato la maggior parte delle esportazioni verso altri clienti, i dazi di Trump non avranno alcuna ripercussione.

Per intenderci, nel 2017 la Cina era solo l'importatore di acciaio n° 12, con 800,000 tonnellate, in un mercato statunitense composto da 107 milioni di tonnellate. Di conseguenza saremmo sorpresi se i dazi di Trump aggiungessero più di $100 milioni alle esportazioni correnti della Cina verso gli Stati Uniti.

Proprio così. Donald sta colpendo gli utilizzatori di acciaio negli Stati Uniti con un costo teorico di $7.5 miliardi solo per colpire il vero obiettivo (lo Schema Rosso di Ponzi), il quale equivale a solo l'1.4% del supplemento totale.

E questo prima che i cinesi iniziassero a spedire le loro 400 milioni di tonnellate di capacità di acciaio in eccesso negli Stati Uniti sotto forma di auto completamente fabbricate e assemblate.

Ma ecco la follia: gli Stati Uniti hanno un gigantesco problema commerciale rappresentato dal disavanzo commerciale da $810 miliardi dell'anno scorso e dai 43 anni di continui deficit commerciali che si sono accumulati fino ad arrivare agli attuali $19,000 miliardi.

Eppure l'acciaio è solo un piccolo frammento di quello che è un gigantesco problema. L'anno scorso gli Stati Uniti hanno importato 36 milioni di tonnellate di acciaio ed esportato 10 milioni di tonnellate. Di conseguenza il deficit commerciale per l'acciaio era di soli $20 miliardi, pari al 2.5% del deficit commerciale totale degli Stati Uniti.

Inoltre il mondo è così inondato di acciaio in eccesso a causa della follia dello Schema Rosso di Ponzi, che non ci sarà mai una carenza. Il prezzo mondiale dell'acciaio, infatti, è il più grande affare immaginabile per i produttori nazionali a valle: minatori, produttori di energia, servizi pubblici, progetti di infrastrutture governative, cantieri e molto altro.

Quindi, se non altro, dovrebbe essere ovvio che nonostante tutte le chiacchiere ed i proclami, a questa gente non rimane altro da fare che pregare se vuole riuscire a risolvere una frazione dei problemi che loro stessi hanno creato.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://francescosimoncelli.blogspot.it/